Quando un giorno l'ineguagliabile Árk decise che non erano i cieli la casa degna di un Dio,
ideò per sè e per i suoi servitori una splendida ed incomparabile dimora, da creare sul fondo del mare.
Così lì, nel più profondo degli abissi, Árk edificò la sua città, e la chiamò Algàrean, poiché nessun luogo reputava migliore delle profondità marine, amando in maggior misura la pace e la tranquillità supreme.
Fece così edificare una enorme cupola con una pietra speciale di sua ideazione,
che, possedendo una particolare trasparenza,
aveva la capacità di poter venire attraversata anche dalla più flebile luce.
Sulla sommità poi, pose una corta torre che coprì a mò di tetto con una particolare lastra convessa,
chiamata "pietra della luce vicina",
che poteva avvicinare all'occhio, cose lontanissime ed estremamente remote.
Così, quando l'animo gli si faceva greve,
comodamente sdraiato sul proprio giaciglio,
esplorava le remote contrade del firmamento.
E fu così che un giorno inaspettatamente vide il virgineo viso delLa splendida
Dea Laanu.
Essa infatti alla fine dei giochi,
o dopo aver raccolto i luminosi fiori che qua e là spuntavano sul proprio cammino,
nel proprio vagabondare per i bui prati della volta celeste,
aveva l'abitudine di spruzzarsi sul viso accaldato l'acqua fresca di un piccolo stagno.
Così ogni volta che lei si sporgeva sulle cristalline acque lui la scorgeva,
ed il volto di lei le appariva come se fosse solamente a pochi palmi più in alto.
Ma a lei il fondo appariva sempre tanto nero e cupo, e le faceva sempre molta paura,
ed ogni volta che allungava la mano per raccogliere un poco d'acqua nel palmo, chiudeva gli occhi .
Un giorno però le parve di udire un lieve tintinnio provenire da dentro, e volle guardare.
ma Árk in quel momento non era in osservazione,
ed a lei le lontane sfavillanti "pietre di luce" di Algàrean le apparvero attraverso l'acqua dello stagno solo
come dei piccoli puntini luminosi.
Così fu che le scambiò per piccoli splendenti sassolini multicolore posati sul fondo dello stagno.
Quando il giorno sucessivo ritornò per mirare le sue pietruzze,
vi scorse invece il bel volto di Árk.
Ma presa com'era dalla brama per quelle belle pietre,
e poichè cercava sul fondo dello stagno l'immagine dei sassolini che aveva impressa sul fondo dei propri occhi,
vide quel viso solo in modo indistinto.
"Chi avrà mai preso i miei sassolini?" Pensò.
Árk che poteva udirle anche i pensieri sorrise,
anche se nell'animo gli albergava il rammarico per non aver compreso che le avrebbe potuto parlare tutte le altre volte che l'aveva veduta.
"Se li desideri così tanto, potranno essere tuoi..." le rispose col pensiero.
Laanu allora realizzò immediatamente che le immagini di ciò che non erano le sue preziose pietre erano invece i lineamenti del viso di uno sconosciuto,
e per niente turbata di trovarselo all'improvviso innanzi, sempre col pensiero, gli rispose con quell'impertinenza tipica di una viziata adolescente:
"Ma guarda che non sono mica tuoi!"
"E di chi sono allora?" rispose Árk tranquillamente, pur leggermente stupito.
Lei ci pensò per un attimo.
Si passò velocemente la rosea piccola lingua sulle delicate labbra, mentre la fronte le si corrugava leggermente.
"E tu chi saresti?" invece chiese, forse non trovando risposta, o forse aveva solo in quel momento realizzato di star conversando con chi non aveva mai incontrato.
"E che ci fai dentro al mio stagno?"
"Deve essere molto vasto il tuo mondo se consideri uno stagno questo immenso oceano..."
disse Ark, facendo seguire alle parole un vasto circolo disegnato con un ampio gesto del braccio.
Agli occhi di lei apparve in un baleno tutta la vastità del mare che lo circondava.
"Ma come hai fatto?" chiese meravigliata sbattendo più volte le ciglia.
"Come sei riuscito a disegnare tutta quell'acqua?"
Ark divertito sorrise.
"Forse nello stesso modo in cui tu riesci a raccogliere le stelle ed a riporle nel tuo cestino come se fossero delicati fiorellini di campo?"
Laanu lo stette a guardare senza comprendere. e dal lungo silenzio che ne seguì, lui comprese che lei non sapeva nulla delle terre abitate dai mortali, nè dei mondi che circondavano il suo , e nè forse della sua condizione di Dea.
"Ma le stelle esistono solo nelle fiabe, e tu credi davvero alle stelle?" infine chiese.
Ark soffocò a fatica una risata, poi ripreso il controllo di sè,
si concentrò.
Mentre lei lo osservava in attesa di una risposta,
sostituì l'immagine del proprio viso disegnato sul pelo dell'acqua con quella di lei che raccoglieva fiori sul suo nero prato.
Ma nel momento in cui li stava per deporre nel cestino,
ogni fiorellino invece di depositarsi sul fondo,
andava a riempire la vastità di un buio celo all'imbrunire.
Così, man mano che diventava sempre più scuro abbandonato dalla luce del giorno,
veniva contemporaneamente riempito dalla luminescenza delle stelle.
Dapprima una, poi due, cinque, dieci, cento e migliaia di stelle riempivano la volta celeste
man mano che lei li recideva.
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