CAPITOLO I

ALLA RICERCA DEL TESORO NASCOSTO

 

  Uhàiri li osservò ancora una volta tutti, poi si guardò rapidamente intorno, infine senza pronunciar parola, rassegnato annuì.
Così una robusta corda di canapa intrecciata gli venne fatta passare sapientemente sotto le ascelle, in modo da lasciargli completamente libere le braccia.

  «Ora scendi» gli ordinò brusco uno di loro.

  Assicuratosi che la corda fosse ben annodata, Uhàiri si avvicinò al bordo e senza guardare in basso si sedette con le gambe a penzoloni sul bordo del baratro, si puntellò con i gomiti e fece per scendere, ma all'ultimo istante si fermò per un attimo, poi girò su se stesso, mostrando di voler scendere verso il vuoto con la schiena.
La paura era grande. Si umettò le labbra, fece forza con le braccia per allontanarsi dal costone di roccia, poi fece cenno col capo che lo calassero lentamente. Man mano che scendeva seguiva cauto con le mani e con i piedi la parete quasi verticale, attento a non tagliarsi i palmi, o a non incastrare un piede in una fessura, girandosi nel contempo continuamente a cercar con gli occhi l'imboccatura della caverna.
Il sole, al di là della roccia, doveva oramai esser già sorto, perchè una pacata luminescenza si stava diffondendo tutt'attorno. Da qualche tempo le nubi si squarciavano spesso, ed il sole faceva timido capolino, innondando ogni cosa di luce e morbido tepore. Lui ne era decisamente affascinato, ma nel contempo anche profondamente disturbato. quando brillava alto nel cielo, gli occhi iniziavano a bruciargli, ed in alcuni punti la pelle gli si arrossava e gli si chiazzava di macchie scure. Ma dopo poco il cielo si tornava a coprire,ed anche se ogni giorno la coltre di nubi era sempre meno spessa, provava ugualmente un vivido e deciso sollievo.
Ad un tratto però, una vaga macchia più scura, di lato, ma un poco più in alto, attrasse la sua attenzione. Bloccò la discesa puntellandosi su di una sporgenza e cercò di osservare meglio, mentre la corda continuava ad ammonticchiarglisi sulle spalle.

  «Tiratemi sù!» gridò verso l'alto.

  La corda si fermò di colpo, ma nient'altro successe.

  «Oi lassù! Mi avete sentito?»urlò di nuovo con impazienza.

  Non udendo ancora risposta stava per gridare ancora, quando vide in alto una testa sporgersi dal bordo. Si fissarono per un lungo istante poi, non ottenendo risposta, indicò col braccio l'imboccatura.

  «Il punto è sbagliato! L'apertura è spostata in quella direzione!» Deglutì. D'un tratto sentì la corda tendersi, e capì che li aveva convinti. Si aiutò come prima con le mani, mentre cercava con i piedi di sollevare il peso del suo corpo, perchè la corda iniziava ad escoriargli la pelle. Giunto sul bordo del costone, stava per scavalcarlo, ma braccia robuste lo aiutarono a mettersi in piedi.
Si fissarono tutti in silenzio mentre ognuno prendeva fiato, poi uno di loro andò al tronco a cui era fissata la corda, sciolse a fatica il nodo e chiese:

  «Quanto dista da questo punto la caverna?»
  «Una ventina di passi almeno» rispose Uhàiri cercando con lo sguardo dove si potesse rifissare la fune. Poi contando i passi si incamminò in quella direzione. Al ventesimo passo si fermò, e scoprì che non ci sarebbe stato nessun appiglio al quale agganciare la fune. Sconsolato si avvicinò a carponi al precipizio, e sporgendo il capo nel baratro guardò giù. Ma anche da quel punto l'imboccatura della caverna non era visibile. Evidentemente chi aveva nascosto i forzieri, sempre che esistessero, o che fossero ancora lì, aveva fatto un buon lavoro.

  «Pregate che gli Dei vi concedano la forza necessaria affinchè riusciate a sostenere il mio peso, altrimenti non troverete nessun'altro che scenda e che al tempo stesso vi consegni ciò che andate cercando. Sempre che ci sia ancora» aggiunse poi, alzando le braccia affinchè potessero di nuovo legarlo.

  «C'è ancora» gli rispose uno di loro. Uhàiri non riusciva a vederlo bene in volto, poichè nella tenue luce si stagliava contro al sole nascente. «Altrimenti lo avremmo saputo, così come lo verremo a sapere se cercassi di non consegnarcelo.»

  Uhàiri rimase a lungo in silenzio, poi fece loro cenno che era pronto. I quattro armigeri puntarono saldamente i piedi sul terreno, e tendendo i muscoli nello sforzo lo fecero lentamente ridiscendere. La discesa questa volta fu meno carica di ansietà e si rese conto d'improvviso di trovarsi accanto alla grotta.

  Vide che davanti all'imboccatura v'era un piccolo spiazzo pianeggiante, come una specie di terrazza naturale. Si aggrappò con un braccio ad uno spuntone di roccia ed allungando una gamba piazzò un piede sul bordo della piattaforma, e quando lo sentì ben saldo saltò. La fune però continuava a scendere, allora la sciolse e gridò:

  «Ci sono! Fate scendere il resto!» La fune riprese a salire, e Uhàiri si mise ad osservare l'imboccatura della grotta. Era un poco più bassa di lui, ma avvicinandosi gli parve che più avanti fosse più alta.

  Poco dopo alcuni rumori che giungevano dall'alto interruppero i suoi pensieri. Attese che l'involucro agganciato alla fune giungesse a portata di braccia, lo afferrò e lo trascinò verso l'imboccatura della grotta. Ma prima che finisse di disfare il nodo, dall'alto lasciarono cadere la fune. Stava per protestare quando l'eco di una beffarda risata lo colpì come un maglio.

  Allora di colpo comprese.
Si lasciò cadere al suolo, sedendo sulla fredda roccia, e rimase col capo tra le mani immerso nella sua profonda solitudine.
Ed ora? Che cosa avrebbe dovuto fare? Era vera la storia del tesoro, o invece era caduto in una trappola?

  Lo avevano prelevato nel cuore della notte e senza alcuna spiegazione lo avevano portato sulla sommità della rupe. Erano in quattro. Uhàiri ancora insonnolito non aveva potuto opporre resistenza. Aveva dovuto lasciarsi legare ed aveva dovuto seguirli. A capo scoperto, indossavano i lunghi mantelli azzurri con l'emblema del GranBenefattore ricamato sul petto, fermato alla spalla sinistra da una fibula di metallo, con il disegno di un cavalluccio marino sopra. Calzavano morbidi e leggeri stivali, e portavano una spada corta ed un lungo pugnale appesi alle cinture.

  Solo quando giunsero sull'orlo del baratro e l'ebbero messo con le spalle verso il vuoto, gli gli avevano spiegato che cosa volevano. Uhàiri sapeva che erano gli Armigeri del vecchio, ed era sicuro che lo avrebbero giustiziato e fatto poi piombare il suo cadavere nel precipizio.

  «Se dovete farlo, almeno voglio sapere perchè devo morire» aveva debolmente protestato. Ma quello con la fibula d'aurghènteon e la bella spada gli aveva spiegato che sarebbe morto solo se avesse fallito l'incarico.

  «Quale?» aveva immediatamente chiesto, temendo che potessero dirgli che le cose non stavano più così. Guardandosi intorno, nella poca luce che precedeva l'alba, l'uomo gli aveva rivelato che molti anni prima il GranBenefattore aveva fatto nascondere, per precauzione, tre parti su quattro di tutto il tesoro del villaggio, ed una di esse era proprio lì sotto.

  Uhàiri aveva lanciato un'istintiva occhiata a terra, come se esso potesse essere proprio lì ai suoi piedi, poi girandosi un poco aveva guardato nel baratro. Da quella altezza poteva abbracciare tutta la vallata sottostante, ma da sopra la fitta foschia che la ricopriva, poteva solamente immaginarla.
Solo l'irritazione per quel soppruso gli elideva la vertigine che gli stava salendo, e la profonda determinazione che quell'ingiustizia la avrebbero tutti quanti pagata cara, gli infondeva coraggio ed energia.

  «Ora dobbiamo recuperarlo» aveva continuato l'armigero . «E tu sei l'unico che può farlo, e l'unico in cui il Gran Consiglio ha piena fiducia, per le tue capacità, ma soprattutto per la tua fedeltà al villaggio.»
Uhàiri aveva spalancato gli occhi, ma non aveva detto niente. E soprattutto non aveva obbiettato che avrebbe potuto essere fedele al villaggio senza necessariamente dover essere fedele a loro.
Dai loro scarni visi in controluce, traspariva nitida la vaquità di quelle parole di circostanza, ma lui non riusciva a capire se i loro intenti fossero genuini, o se guidati solamente dalla loro cupidigia.

  Gli avevano spiegato che avevano portato tutto il necessario per esplorare i cunicoli, e che glielo avrebbero successivamente calato quando lui l'avesse trovata.

  «E dovrò poi far risalire il tesoro con la corda?» aveva chiesto perplesso.

  Si erano scambiati una rapida occhiata, ed avevano poi proseguito dicendogli che il tesoro era molto ingombrante, e che quella via non era possibile. Ma non era tutto. Lui avrebbe soprattutto dovuto trovare l'altra entrata, quella che la pergamena che avevano trovato, non riportava e quasi sicuramente sfociava da qualche parte all'interno del Palazzo del governo, ma che nessuno era ancora riuscito a trovare. Di conseguenza sarebbero stati costretti a seguire l'altra via.

  Così gli avevano fatto capire che avrebbe necessariamente dovuto trovare l'altra entrata se voleva uscire di lì, e naturalmente trovare il tesoro se voleva anche uscirne vivo.

  Quando dopo alcuni interminabili minuti si riscosse, scostò le mani dal volto e si guardò attorno.
Le nubi avevano di nuovo ricoperto il cielo, e gli occhi non gli bruciavano più. Provò un incommensurabile vuoto, ancor di piu' di quello che gli procurava ogni qualvolta la solitudine gli faceva visita.
In basso anche la foschia si era dissolta,ed il fondo della vallata gli apparve meno lontano. Le case del villaggio gli sembravano ora stranamente molto più grandi di quanto se le era immaginate, come se fossero immerse in un brodo di cottura, e che la loro stessa pesantezza le avesse gonfiate a dismisura. non era molto in alto, solo più o meno una trentina di passi dei suoi.
Cercò di raccogliere le idee, che aveva sparse per la mente come foglie secche su di un prato dopo un forte vento. Era giunto il momento di provare fino a che punto gli insegnamenti della sua precettrice erano riusciti a temprarlo? Lei lo faceva Digiunare per molti giorni di seguito, affinchè imparasse a trar energia non direttamente dal cibo, ma da tutto ciò che lo circondava.

  «Il mondo che ci attornia,» gli aveva più volte spiegato, «contiene talmente tanta energia, che se tu riuscissi a catturarne anche solo una infinitesima parte, potresti far sprofondare tutta Árkon fin nei più profondi abissi. Guardati attorno: l'acqua, l'aria, la terra, la luce, sono una fonte inesauribile di cibo , ed io ti insegnerò a catturare quelle particelle che ti potranno riempire non solamente lo stomaco, ma direttamente tutto il corpo.»

  Lo sottoponeva anche ad un pressante addestramento, dove con gli occhi bendati od i condotti uditivi chiusi da morbida cera d'api, lui doveva sforzarsi a percepire la realtà esterna non più con i cinque sensi, ma con quello che lei definiva il senso dei sensi, quello più potente, il principe dei sensi, quel potente meraviglioso sttrumento di potere che veniva comunemente chiamato mente.
Era quindi giunto il momento di mettere alla prova i suoi insegnamenti? Era in quella grotta che avrebbe dovuto mettere in pratica ciò che fino ad ora aveva appreso mettendosi a confronto con l'ignoto? Era forse anche lei in combutta con suo nonno? Lui però non lo credeva. O forse avrebbe dovuto ammettere che semplicemente non lo voleva credere? Ma no, suo nonno non lo avrebbe mai fatto prelevare dai suoi uomini a quel modo, nè tanto meno fatto portare lì senza prima parlargliene. E' vero che non lo aveva nominato suo sucessore nonostante lui fosse rimasto l'ultimo degli Aèquanor, ma non avevano avuto mai nessuna lite, nè il benchè minimo screzio.
Era probabile quindi che gli armigeri del vecchio stessero agendo di loro iniziativa, e questo lo turbava ancora di più.
La fune pendeva ancora nel vuoto, si alzò ed iniziò a tirarla su. Aprì il sacco e ne esaminò con cura il contenuto. All'interno c'erano alcune torce, una pietra focaia, un coltello dalla lama larga, un robusto piccone ed un pesante mantello. Richiuse il sacco e se lo pose su di una spalla, arrotolò la fune ponendosela sull'altra , ed entrò deciso nella caverna.



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