... e poi, dicevamo, c'è stato Paul Simon, ieri sera, di fronte ad un pubblico raccolto, competente, che non superava le 3.000 unità, sempre nella suggestiva cornice dell'Arena civica milanese.

  "Non sono un 'Entertainer', e, quando canto, voglio solo esprimere la mia anima. Sta tutto racchiuso in questa frase, essenziale e profonda come un antico
aforisma, il senso dei concerti che vedono protagonista le liriche e la musica illo tempore di Paul Simon. Ma, forse, anche il termine "Concerto" sarebbe totalmente da rivedere e ripensare, perchè, più che altro, il suo è stato una carezza, un soffio dello spirito, un abbraccio trepido e delicatissimo al tempo stesso, denso di sublime "Understatement" e privo di qualsiasi enfasi. Pieno zeppo, in compenso, di colori sfolgoranti e ultra-solari, i gialli che
si trasformano in arancioni, i verdi in rossi tenui, e questi in blu sfolgoranti e luminosissimi tali e quali a quelli -- dicono i bene informati -che - troneggiano in Paradiso
è zeppo anche -- e soprattutto -- di suoni stupefacenti e altrettanto solari, prodotti da una band che sembra "il resto del mondo", tanto è multiraziale e incredibilmente versatile, abilissima nell'affrontare ritmi e melodie di ogni angolo del globo.
 
  Una band dai sette volti, ma praticamente senza nomi,
a parte quello del veterano Steve Gadd alle percussioni, già compagno di viaggio di Paul ai tempi del sodalizio fortunatissimo con Art Garfunkel.

  Se pensiamo che sovente i comunicati ufficiali che annunciano i concerti di Paul Simon non esplicitano, volutamente, i nomi e volti dei suoi musicisti (non certo per dimenticanza o tracotanza), ci rendiamo immediatamente conto di ciò che impone la già citata legge dell'"Understatement", tanto cara a Paul,
che ne è, ovviamente, il prim'attore e il protagonista indiscusso.

  Già non aveva il "Physique du Role" della rockstar quando aveva iniziato a cantare Paul Simon, all'incirca cinquant'anni fa. Ma ora, a settant'anni quasi scoccati, il nostro Piccolo Grande uomo pare tutto, nell'ordine: un tranquillo pensionato, il giardiniere della porta accanto, il libraio del "Bookstore"
all'angolo, piuttosto che un divo della canzone. Si è presentato ieri all'Arena vestito di nero, minuscolo, e l'unica civetteria che talvolta si concede è un buffo cappellino rosso da giocatore di baseball, che indossa più che altro per nascondere la calvizie alquanto incipiente.

  Ma quando la parola cessa di essere parlata (ben poche cose, in verità: più che altro la grande emozione di essere sul palcoscenico, un luogo che lui non ama a dismisura) per diventare stupendamente cantata, ecco che il miracolo si compie di nuovo.
E tutti coloro che hanno orecchie per intendere e occhi per piangere,  più che per guardare,  immediatamente comprendono di avere a che fare con uno dei massimi interpreti della canzone americana contemporanea. Forse, addirittura, con uno dei componenti della "Santissima Trinità", insieme a Bob Dylan e Tom Waits.

  Nelle sue canzoni c'è, infatti, l'america sussurrata degli amanti perduti, il sogno esistenziale degli adolescenti ancora ben provvisti del senso della vita, la ninnananna canticchiata ai neonati nelle serate di luna piena.
E poi c'è l'Africa nera scoperta ai tempi di "Graceland", la sarabanda di ritmi e colori delle lande brasiliane, l'afrore della giungla e il colore dei tropici. C'è la quotidianità di persone ordinarie che si legano, si separano, indossano maschere d'argilla e compiono gesti ai confini della doppia personalità pur di riuscire a districarsi nel traffico allucinante d'anime, corpi ed atteggiamenti che popolano questo circo equestre assurdo che mette in scena gli accadimenti umani.

  E poi, ancora, c'è la sua voce, che adesso non azzarda più gli arditissimi falsetti dei tempi lontani, contrassegnati dalla cooperazione "MITICA" con Garfunkel, ma che è divenuta una sorta di icona pacata e tranquilla, pienamente soddisfatta di sè, beata di una Beatitudine che è difficile esprimere a parole: e forse è meglio così...
 
  E poi, ancora e ancora e ancora.... C'è quel suo senso così meravigliosamente geometrico, intellettuale, ai confini del "segaiolo" nella costruzione della canzone, complesso eppure così semplice, che certo è il massimo che si possa chiedere a un cantore dei giorni nostri. Ed è proprio per questo che il suo canzoniere (non certo sterminato come quello dell'amico Bob Dylan, ma sicuramente ben nutrito e corposo) rivela una straordinaria unità stilistica, pur
nell'estrema diversità fra le creazioni di ieri e quelle di oggi. Ed è per questo che il "Suo Pubblico", attempato e giovanissimo insieme, canta all'unisono con lui non soltanto gli ever-green di sempre ("Mrs Robinson" "The Sound of Silence", "The Boxer", "Old Friend", "Codachrome"), ma anche canzoni nuovissime
come "Darling Lorraine" o "Old", circostanza che ha visibilmente sorpreso il solitamente freddo e pacato cantautore newyorkese (definirlo "Commosso" sarebbe un'esagerazione)...
Il Piccolo Grande Paul ha dimostrato ancora una volta di essere uno "Storyteller perfetto" nel miscelare il vecchio con il nuovo, splendidamente coadiuvato da una band realmente fantastica: la saggezza introversa di "That's where I belong" con la sarabanda ritmica di "Graceland", la pulizia interpretativa
di "Me and Julio down to the Schoolyard" con il turbinìo di "Hurricane Eye", il toccante epitaffio di "The Sound of Silence", preceduto da una chitarra western a delinearne contorni melodici sotto quattro dita di pelle d'oca, con il dramma amoroso, e tragicomico insieme, di "Darling Lorraine". Forse che
soltanto lui avrebbe potuto trattare il tema della vecchiaia con l'acutezza e il soave senso del distacco dimostrati in "Old": dove il procedere dell'età del protagonista (lui medesimo) viene affrescato in parallelo con quello di Maometto, di Gesù Cristo e dello stesso Dio Creatore (Umorismo / Cinismo giudeo?).

  Concerto di un uomo in autenbtico stato di grazia, capace di regalarci i quattro angoli del mondo e i propri antipodi, liberarli in un'iperuranio così vasto, immensamente limpido, rievocando immagini antiche di venti, venticinque anni, riattivando meccanismi non ancora spiegati da psichiatria o psicanalisi che ci portano a snocciolare liriche sublimi, in inglese, imparate a memoria tempo addietro, inesplorate da decenni con la naturalezza con cui un bimbo afferra
il dito di una mano o un cagnolino scaraventato in acqua muove le zampe anteriori.

  Istanti roventi che fendono l'aria a velocità supersonica, lunghe sorsate d'esistenza torbata che bruciano in gola... se bruciano, ragazzi... La restituzione progressiva  ai legittimi proprietari di un'innocenza irrimediabilmente perduta nel tempo piuttosto che in nefandezze di ordinaria / straordinaria amministrazione,
di una vita quasi allucinata, sospesa dentro un'ovatta di luce blu:
Un'oceano, forse. Il Paradiso, più probabilmente.
Di fronte all'ennesimo capolavoro di Paul Simon, che ha colpito (e affondato) il corpo, l'anima e lo spirito del sottoscritto (come dei 3.000 intimissimi delicatamente sospesi in Arena), condotti, all'istante, in uno stato di delizia e di abbandono che è parente prossimo dell'estasi, una parola soltanto:
    «Thank you, Paul»

        Bedèo